Parkinson, quando una promessa biologica non diventa una cura

La nicotinamide riboside non ha rallentato la malattia in uno studio di fase 3. È una lezione utile anche contro il marketing degli integratori anti-invecchiamento.

Una sostanza può sembrare convincente in laboratorio, modificare un biomarcatore e avere perfino risultati incoraggianti nei primi studi. Ma la domanda decisiva resta una sola: migliora davvero la vita dei pazienti? Nel caso della nicotinamide riboside, proposta come possibile trattamento capace di modificare il decorso del Parkinson, la risposta di una nuova sperimentazione è negativa.

La nicotinamide riboside è un precursore del NAD, una molecola coinvolta nella produzione di energia cellulare. Proprio per questo viene spesso associata online a longevità, energia e protezione del cervello. Il passaggio da un meccanismo biologicamente plausibile a una terapia efficace, però, non è automatico.

 

La prova su 410 pazienti

Lo studio NOPARK, pubblicato su JAMA, ha coinvolto 410 persone con Parkinson diagnosticato da meno di due anni. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a nicotinamide riboside, 500 milligrammi due volte al giorno, oppure placebo. Né i pazienti né i ricercatori sapevano chi ricevesse il trattamento attivo. Il confronto è durato 52 settimane.

Il principale indicatore era la variazione di una scala clinica che misura sintomi motori, attività quotidiane e altri aspetti della malattia. Dopo un anno il punteggio era peggiorato in media di 2,45 punti nel gruppo trattato ed era rimasto sostanzialmente stabile nel gruppo placebo. La differenza corretta era di 2,72 punti a favore del placebo. Anche il carico dei sintomi non motori risultava peggiore con il trattamento, mentre quattro dei cinque principali esiti secondari non mostravano differenze significative.

 

Peggiore non significa necessariamente dannoso

Qui serve cautela. La differenza era statisticamente significativa, ma inferiore alla soglia indicata nello studio come clinicamente importante. Sarebbe quindi scorretto concludere che la nicotinamide riboside abbia sicuramente accelerato il Parkinson. La conclusione più solida è un’altra: dopo un anno non ha prodotto il beneficio clinico atteso e i risultati non ne sostengono l’uso come terapia capace di rallentare la malattia.

Gli eventi avversi gravi non erano più frequenti nel gruppo trattato: si sono verificati nell’8,3% dei partecipanti che assumevano nicotinamide riboside e nel 14,1% di quelli assegnati al placebo. Questo dato, però, non trasforma un trattamento inefficace in un trattamento utile.

 

Perché lo studio riguarda anche gli integratori

Molti prodotti vengono venduti facendo leva su una catena di ragionamenti seducente: una molecola diminuisce con l’età, il prodotto aumenta quella molecola, quindi il prodotto rallenta l’invecchiamento o protegge il cervello. Ogni passaggio deve invece essere verificato. Aumentare un biomarcatore non equivale automaticamente a migliorare sintomi, autonomia o qualità della vita.

Per una persona con Parkinson la pressione a provare tutto ciò che appare promettente è comprensibile. Proprio per questo servono informazioni chiare e il confronto con il neurologo, anche quando il prodotto viene presentato come naturale. Naturale non significa efficace, innocuo o compatibile con ogni terapia.

 

Limiti e messaggio corretto

La sperimentazione era randomizzata, in doppio cieco e di fase 3: una struttura robusta per valutare l’efficacia. Era però condotta in undici centri norvegesi, riguardava il Parkinson iniziale e durava un anno. Non risponde a ogni possibile domanda su dosi, durata o sottogruppi, ma ridimensiona con forza l’ipotesi di un beneficio clinico generale. Una buona idea biologica resta un’ipotesi finché non migliora esiti che contano per i pazienti.

Potrebbe interessarti anche...

Ultimi Articoli Inseriti