Una revisione mostra che l’accessibilità deve essere prevista fin dall’inizio, coinvolgendo direttamente le persone con disabilità nella progettazione.

Prenotazioni, referti, prescrizioni e consulti passano sempre più spesso attraverso portali e applicazioni. Per alcune persone la digitalizzazione semplifica l’accesso alla sanità; per altre può creare una nuova barriera.
Una revisione pubblicata su JAMA Network Open ha esaminato 925 documenti iniziali, selezionando 40 studi scientifici e 40 contributi provenienti dalla cosiddetta letteratura grigia, come rapporti e documenti istituzionali.
Dall’analisi emergono alcune indicazioni ricorrenti: progettare servizi accessibili fin dall’inizio, coinvolgere le persone con disabilità come coautrici delle soluzioni e utilizzare dati che rappresentino adeguatamente questa parte della popolazione.
Un’applicazione può essere tecnicamente funzionante e risultare comunque inutilizzabile. Può non essere compatibile con un lettore dello schermo, richiedere movimenti difficili da eseguire oppure presentare istruzioni troppo complesse. Anche l’identificazione mediante immagini, suoni o codici inseriti velocemente può escludere alcuni utenti.
Aggiungere successivamente una funzione di accessibilità spesso non è sufficiente. Le persone con disabilità dovrebbero partecipare già alla definizione del problema, alle prove dei prototipi e alla valutazione del servizio finale.
La revisione presenta limiti importanti: considera documenti in inglese pubblicati tra il 2019 e il 2025, molti dei quali provenienti da Paesi ad alto reddito. Gli autori non hanno inoltre eseguito una valutazione formale della qualità di tutte le fonti.
